di Francesco Bilancia

Proseguendo nella nostra riflessione, dopo la prima incursione in tema di Didattica a Distanza non sembra evidentemente prematuro iniziare ad avviare una discussione critica sullo stato dei prodotti editoriali nelle nostre discipline. Tra le varie categorie dei “prodotti della ricerca” quella delle monografie è oggi particolarmente sotto stress, pressata dalle linee mediane quantitative imposte dalle regole concorsuali e dai criteri definitori elaborati in sede di Valutazione della Qualità della Ricerca. Sebbene i confronti con le stagioni – e le epoche – passate non siano mai forieri di criteri euristici adeguati, una qualche comparazione diacronica può però intanto aiutare ad individuare almeno i contorni di un utile paradigma. Su corretta osservazione di alcuni il campo della riflessione deve, innanzitutto, distinguere l’ambito delle vere e proprie monografie di ricerca – le c.d. prime monografie o lavori assimilabili – dai prodotti “d’occasione”, comunque meno approfonditi e meditati. Ma anche limitando la riflessione alla prima categoria alcune recenti costanti sembrano, purtroppo, innegabili.

Cominciamo con il considerare gli argomenti oggetto di analisi scientifica nelle monografie dei nostri tempi. Sempre più spesso ci si imbatte in lavori ricadenti su tematiche ed analisi già oggetto di precedenti numerosi studi, anche sostanzialmente coevi, tanto da apparire gli uni e gli altri ripetitivi delle stesse prospettive metodologiche, analisi, tesi critiche e risultati. A volte manca quello che potremmo definire il coraggio nella scelta di un tema che non corrisponda già ad un paradigma tradizionale, compiuto e delineato da approcci e visioni sempre uguali a se stesse. Rispetto alla letteratura esistente, insomma, una nuova monografia dovrebbe invece consentire al dibattito scientifico di compiere quel salto di paradigma in cui consiste, in sostanza, il passo avanti dell’analisi scientifica su determinate questioni. Salto che, si badi bene, deve però essere consapevole e fondato, per essere ad un tempo il prodotto di un’adeguata comprensione e di un corretto utilizzo delle categorie metodologiche tradizionali; oppure di un loro consapevole superamento critico, motivato e, se non perfettamente fondato, almeno plausibile. Perché sempre più spesso e di frequente nelle nostre bibliografie facciamo ricorso a letteratura straniera? Le ragioni possono essere, ovviamente molte e non tutte nobili, ma tra le tante sicuramente possiamo annoverare l’esigenza di uscire dalle ristrettezze di visione che caratterizzano la letteratura nazionale su un tema già molte volte indagato senza più alcun progresso in avanti. Per trovare, insomma, almeno un punto di vista finalmente differente.

Il che ci conduce ad un altro dramma dei nostri tempi: la strumentalizzazione a scopo di selezione concorsuale dei confini disciplinari, sintagma che ha a che vedere con la lingua di scrittura, gli oggetti dell’analisi, la bibliografia di riferimento, le sedi editoriali nonché, e soprattutto, la comunità scientifica di riferimento, espressione evocativa appunto di confini e chiusure. Pensiamo nel nostro piccolo alla distribuzione delle Scienze del Diritto pubblico tra i settori concorsuali (12-C, 12-D e 12-E) e, nell’ambito di questi, ai c.d. Settori scientifico-disciplinari, Diritto costituzionale, Istituzioni di Diritto pubblico, Diritto amministrativo, Diritto ecclesiastico, Diritto pubblico comparato, Diritto europeo (dell’Unione europea), Diritto pubblico dell’economia; senza saper poi come classificare le varie possibili voci della c.d. Teoria del diritto, con possibile rischio addirittura di un “salto di Area” CUN (sic!). Quante pagine di verbali di concorso, tanto con riferimento alle procedure della c.d. Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) quanto alle procedure in ambito locale, si consumano in episodi di non liquet o di inammissibilità perché questo o quel “prodotto scientifico” travalicano dai confini disciplinari? Per oggetto di studio, per metodologia, per lingua, per letteratura di riferimento, per tenore tematico, etc. Sulla differenza tra diritto straniero e diritto comparato si potrebbe poi comporre un’intera biblioteca, salvo constatare quanto poco corretto sia l’utilizzo della comparazione giuridica nello studio del diritto.

Un terzo livello critico è quello rappresentato dalla completezza delle analisi che caratterizzano la letteratura contemporanea. Il diritto è quella che si definisce una “scienza cumulativa”; ogni nuova analisi deve considerare i precedenti lavori come un punto di partenza, per procedere oltre in una qualche ipotesi che non si limiti alla mera sintesi ricostruttiva dell’esistente. L’analisi su cui si basa una buona monografia deve comprendere, quindi, una ricognizione adeguatamente completa dei risultati già pubblicati in precedenza, come dire? dello stato dell’arte in materia. Esiste, in sostanza, una bibliometria plausibile anche per le scienze umane, che procede al ritroso. Non misura quante volte un lavoro sia citato in saggi successivi, mentre dovrebbe valutare correttamente se un nuovo lavoro prenda in considerazioni i precedenti dedicati al medesimo oggetto di analisi. Per dirla in breve, lo studio del Diritto pubblico non è cominciato soltanto dieci anni fa! Eppure molti lavori recenti, dopo la citazione di qualche classico del secolo scorso e i dovuti ossequi “di scuola”, finiscono con il tenere conto soltanto della letteratura degli ultimi cinque, massimo dieci anni. In aggiunta, tra i lavori citati si rinvengono in larga percentuale lavori che identificano lo stesso oggetto di ricerca per lo stesso titolo del progetto, sovrapponendosi quasi alla perfezione l’uno sugli altri. Nessuna apertura tematica, nessuna comparazione problematica, nessun arricchimento analitico e nessun respiro verso una prospettiva almeno in parte diversa, non battuta in precedenza, insomma…innovativa. Non sarà che è a questo genere di sviluppi che si alluda con la tanto abusata espressione della originalità quale essenziale attributo di un prodotto scientifico meritevole? Eppure!

Per il momento è opportuno fermarsi, avendo questi brevi spunti appunto soltanto lo scopo di stimolo per riflessioni più ampie, che possano comprendere nella questione “monografie scientifiche” anche ulteriori elementi. Come ad esempio il ruolo dei processi di valutazione, lo scopo ed i limiti del lavoro dei referees; il fenomeno dei libri incompiuti per sopraggiunta scadenza concorsuale, e proditoriamente trasformati in pessimi saggi eterogenei, squilibrati, magmatici ed incompleti; la difficile gestione del metodo nel confronto disciplinare (multi- e pluri-disciplinarietà) e la sua pessima resa dei lavori così ispirati in ambiente concorsuale.

Approfittando, semmai, di questa sede per lanciare nuove linee tematiche, a partire dalla reputazione del giurista e della sua scienza nel dibattito contemporaneo, per definire un’ipotetica immagine del giurista nella società di oggi, italiana ed europea. Con ovvie aperture al tema connesso della divulgazione scientifica e dei rischi di strumentalizzazione politica delle idee e delle tesi; al ruolo del linguaggio ed al valore della chiarezza espositiva come elementi di rivelazione della sincerità, veridicità e della affidabilità metodologica del consulente (del principe, del popolo, dell’informazione) e dello scrittore giuristi; del ruolo, infine, del giurista nella pubblica arena e nel conflitto politico.

2 pensieri riguardo “A proposito di monografie scientifiche

  1. Ottimo questo appunto di Francesco Bilancia, che condivido interamente.
    Circa, in particolare, la ripetitività dell’oggetto di analisi monografica (e la relativa assenza di coraggio), si tratta di una sensazione che avvertiamo tutti. Sarebbe, tuttavia, utile una verifica concreta di tale sensazione, anche per ricostruire i filoni prevalenti di indagine. Sulla falsariga di quanto fece Marco Cammelli in un San Martino di molti anni fa, che in tanti ricorderanno. Noto anche se limitiamo l’osservazione agli anni 2019 e 2020, almeno per quanto riguarda il diritto amministrativo (si veda la scheda postata), non manca almeno la varietà tematica. Visto che Francesco, seppure ad altro proposito, si interroga sull’originalità dei lavori, ricordo pure l’utilità della distinzione, che proviene dalle scienze esatte, tra originalità e innovatività. La prima si riferisce proprio alla capacità di arare nuovi territori (ma anche all’utilizzazione di un nuovo metodo di studio o a una organizzazione dell’esposizione della ricerca secondo soluzioni non comuni), la seconda all’avanzamento di un ipotesi e alla dimostrazione della relativa tesi, che allargano il perimetro delle riflessioni compiute in ordine a un certo problema. Di conseguenza, valutando il singolo studio (adottando pertanto un punto di vista diverso da quello di Francesco) si può dare l’eventualità che esso non sia originale ma sia innovativo. Quanto detto, non elimina la sensazione, che io ho ma probabilmente avete tutti, che non solo siano pochi i lavori originali ma siano pochi anche quelli innovativi. Anche qui gioverebbe una verifica distinta. Aggiungerei al quadro desolante che esce dalla riflessione di Francesco anche il problema delle citazioni di seconda terza quarta mano, sopratutto per quello che riguarda i cd classici.
    Vorrei, inoltre, appoggiare Francesco nell’idea di una riflessione sulla reputazione del giurista. Sono, per esempio, convinto che il criterio reputazionale debba in prospettiva sostituire in qualche misure quelle puntigliose verifiche su base cartacea (penso in primo luogo ai registri che si devono compilare per dimostrare che si sono rispettati orari, impegni didattici, ecc.), che per un verso risultano fasulle, per un altro burocratizzano il docente (pensate a quello che è successo ai medici di base …), per un altro ancora contribuiscono ad alimentare quel clima di paternalistico o pedante controllo, di cui parlavo a proposito della DAD.

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